Nei giorni 20 e 21 settembre 2020 il popolo italiano è stato chiamato alle urne per votare il referendum sulla riforma della Costituzione per la modifica degli articoli 56, 57 e 59.

Prima di illustrarvi i dettagli e la storia di quello che abbiamo affrontato, noi di S.U.D. per l’Italia abbiamo creato un articolo ad hoc con la nostra visione sulla tornata elettorale che uscirà domani. Non ci si poteva limitare a poche righe, per esprimere la nostra visione dei fatti. Seguiteci anche domani per leggere le nostre considerazioni personali.

La Costituzione contiene l’architettura del sistema democratico italiano, i suoi pilastri fondamentali, il sistema valoriale di riferimento a garanzia della Repubblica e di ogni suo cittadino, elaborato condiviso all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, dai padri costituenti provenienti da aree politiche e ideali molto diverse fra loro. Per questo, la modifica del contenuto della Carta costituzionale è protetta da un meccanismo complesso, delineato nell’articolo 138 della Costituzione italiana, e composto da procedure che assicurino adeguato spazio di riflessione e ponderatezza, specifiche maggioranze parlamentari, e la possibilità per i cittadini di pronunciarsi direttamente sulla opportunità del cambiamento, attraverso il voto referendario.

L’art. 138 della Costituzione prevede che per cambiare la Costituzione e le leggi costituzionali occorrano:

  • due successive deliberazioni di Camera e Senato, ad intervallo non inferiore a tre mesi l’una dall’altra;
  • l’approvazione in seconda deliberazione, da parte della maggioranza assoluta di Camera e Senato;

Se nella seconda deliberazione non vengono raggiunte le maggioranze richieste la legge non viene approvata. Se invece è raggiunta una maggioranza non superiore ai 2/3 dei componenti di ciascuna camera, la modifica viene sottoposta a referendum popolare.

Vediamo ora come si prospetta la modifica costituzionale. La riduzione del numero dei parlamentari è un punto del programma politico nato dall’accordo tra Movimento 5 stelle e Lega all’indomani della nascita del governo Conte I nel maggio del 2018 (c.d. “Contratto per il governo del cambiamento”). Ne è nato un disegno di legge costituzionale che prevede:

  • la modifica dell’art. 56 della Costituzione italiana, con riduzione del numero dei deputati della Camera da 630 a 400, e della circoscrizione estero con riduzione dei deputati da 12 a 8.
  • la modifica dell’art. 57 della Costituzione italiana, con riduzione del numero dei senatori da 315 a 200 e della circoscrizione estero da 6 a 3. Ogni regione italiana inoltre avrà un numero minimo di senatori, non più di 7 (come attualmente previsto) ma di 3.
  • la modifica dell’art. 59 della Costituzione, con riduzione a 5, del numero di senatori a vita (ossia di coloro “che hanno illustrato la patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico o letterario”) che il Presidente della Repubblica può nominare.

I sostenitori del sì poggiano sui seguenti argomenti:

  • la riduzione dei costi della politica, per un risparmio complessivo di oltre 80 milioni di euro annui;
  • l’auspicata maggiore efficienza del funzionamento del parlamento, in ragione del minor numero di parlamentari.

I sostenitori del no, ritengono che:

  • i benefici invocati sulla riduzione dei costi della politica sarebbero irrisori, incidendo per pochi euro all’anno per ciascun italiano;
  • il miglioramento dell’efficienza del parlamento non sarebbe un automatismo collegato al minor numero di parlamentari, quanto piuttosto una conseguenza dei meccanismi di formazione del processo legislativo che la riforma lascia invece intatti;
  • la riduzione del numero dei parlamentari creerebbe invece seri pericoli in ordine alla rappresentatività del popolo in parlamento. La drastica riduzione del numero dei senatori, infatti, determinerebbe la mancanza di rappresentanti provenienti dai territori più piccoli. L’Italia avrebbe un deputato ogni 151 mila abitanti e un senatore ogni 302 mila abitanti (il testo originario della Costituzione prevedeva un deputato ogni 80 mila abitanti ed un senatore ogni 200 mila), con il numero più basso di parlamentari di tutti i grandi paesi d’Europa. Il ruolo del Parlamento ne resterebbe quindi complessivamente svilito ed indebolito.

In democrazia il POPOLO È SOVRANO e ha vinto il sì con quasi il 70% degli elettori. Quindi ora cosa succede? La legislatura in carica vedrà deputati e senatori che perdono la poltrona? Ovviamente no! La legge è in vigore, ma non operativa: nel senso che se si andasse a votare domattina i cittadini sarebbero chiamati a eleggere 630 deputati e 315 senatori. La legge sarà operativa non prima di 60 giorni dall’entrata in vigore: i tempi tecnici per il ridisegno dei collegi. Al di là di questo aspetto tecnico ce n’è uno più politico: quello legato alla riforma della legge elettorale, che dovrebbe ora essere messa in cantiere in tempi (relativamente) rapidi. Il ridisegno dei collegi potrebbe avvenire dunque dopo il varo di una nuova legge elettorale. La questione della legge elettorale diventa quindi uno snodo fondamentale per far si che tenga la democrazia e quindi la rappresentatività dell’intero territorio italiano.

Voi cosa ne pensate? Diteci la vostra e condividete il post

 

Editor: DB

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