Nelle ultime settimane in Italia si parla tanto di una “grande riforma fiscale” e di emulare il sistema tedesco.

Alcuni esperti fiscali vicini al governo hanno confermato l’importanza di ridare potere d’acquisto al cosiddetto ceto medio. In Germania, infatti, il prelievo fiscale è basato su una no tax area per redditi fino a 9 mila euro e un’aliquota variabile continua dal 14 al 42 per cento per redditi che vanno da 9 mila a 55 mila euro l’anno (aliquota che diventa per cento per redditi sopra i 260 mila euro). Per redditi fino a 15 mila euro, infatti, un dipendente tedesco paga molto di più in tasse di un dipendente italiano. Per redditi nella fascia tra 15 mila e 25 mila euro la curva delle due tassazioni si avvicina fino quasi a sovrapporsi ma da 25 mila a 65 mila euro (la vera fascia a cui appartiene il ceto medio) è il contribuente italiano a pagare molto di più di quello tedesco.

CONFRONTO ITALIA-GERMANIA SULL IRPEF

Adesso vediamo, quali sono le maggiori differenze tra il modello fiscale italiano e quello tedesco? Dove possiamo intervenire per una buona riforma fiscale? Enrico Zanetti (ex sottosegretario all’Economia nel governo Renzi) e responsabile del sito eutekne.info, ne ha fatto un’analisi in parallelo. «I dati evidenziano chiaramente tre fattori — spiega Zanetti — non è l’abito che fa il monaco, cioè il tecnicismo aliquota continua alla tedesca o aliquota per scaglioni all’italiana non è sinonimo di più o meno progressività, è solo un vestito tecnico ed è surreale dibattere di questo prima di aver deciso la sostanza. Inoltre, in Italia c’è più progressività con il ceto medio che strapaga per far pagare addirittura meno che in Germania quelli che stanno sotto 15.000 euro. Ma il terzo punto è quello più importante: la vera differenza sta nel fattore famiglia, valorizzato in Germania per tutti, addirittura quasi inesistente in Italia per ceto medio e redditi medio-alti».

DETRAZIONI E SGRAVI FISCALI PER LE FAMIGLIE

In Germania, se un lavoratore tedesco, invece di essere single e senza famiglia, ha coniuge e figli a carico ha un trattamento fiscale diverso da chi ha il suo stesso reddito ma deve mantenersi da solo. Invece, in Italia non avviene così perché le detrazioni e gli sgravi fiscali sono quasi inesistenti. «In Italia il fattore famiglia viene valorizzato per i redditi bassi — spiega Zanetti — assai meno per quelli medi. Il nostro è un paese che confonde il nobile principio della progressività del prelievo fiscale con la non nobile pretesa del livellamento verso il basso. Ecco perché se si entrasse nel merito di una riforma dell’Irpef bisognerebbe partire da un riequilibrio della progressività fiscale tra redditi bassi e medi a favore di quest’ultimi. E poi serve un’adeguata valorizzazione del fattore famiglia per ridare potere d’acquisto al ceto medio»

Adesso in Italia è arrivato il momento di cambiare strada, per far sì che l’Italia possa tornare a competere con le altre nazioni bisogna cambiare completamente questo modello fiscale; cercare di abbassare più tasse possibili, non solo per le famiglie ma anche per le aziende che invece di pagare tasse all’estero possano tornare in Italia a far crescere il nostro PIL e aumentare l’occupazione e soprattutto quella giovanile, che in Italia è in grave crisi; bisogna cercare di aiutare nuove aziende a nascere soprattutto al Sud dove ne abbiamo sempre meno e per far sì che questo succeda l’Italia deve fare una grande riforma fiscale incentivando aziende e famiglie.

Noi di S.U.D. per l’Italia abbiamo già avuto modo di scrivere all’interno di articoli, le nostre idee per famiglie e per detassazione per imprese e cittadini. Bisogna intervenire strutturalmente su IRPEF e IRAP piuttosto che interventi assistenziali come sono stati fatti negli ultimi anni. Ricordiamo a tutti che più liquidità il cittadino ha a disposizione, più è portato a spendere, e di conseguenza chi ne beneficia è l’economia.

Voi cosa ne pensate? Diteci la vostra e condividete il post

 

Editor: LZ

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